

DOMENICA 31 gennaio ore 18, ORATORIO DI SANTA CECILIA
via Zamboni 15
Compagnia
Teatro Antico di S. Giacomo
RINVIATA CAUSA NEVE
RAPPRESENTAZIONE DI S. CECILIA
DI ANTONIO SPEZZANI
Rappresentata nella Confraternità di S.
MARIA dalla Neve, detta il Confalone di Bologna, & nel Monasterio di S. Procolo, quest’anno
1581 I N B O L O G N A, Nella Stamperia di Gio. Rossi.1581
Con licentia delli Superiori
Personaggi e interpreti in ordine di apparizione
Cecilia Donatella Ricceri
Valeriano Marco Muzzati
Eleuterio Nerio Bonvicini
Teodora Elisa Motori
Urbano Emiliano Basile
Venerabile Vecchio Gastone Sarti
Angelo Giovanna Degli Esposti
Tiburzio Luigi Millaci
Almachio Prefetto Alessandro Mischi
Massimo Capitano Emiliano Basile
Pluto Gastone Sarti
Megera Giovanna Degli Esposti
Aletto Donatella Ricceri
Tesifone Emiliano Basile
Alessandro Imperatore Marco Muzzati
Revisione del testo e coordinamento: Roberto Cascio
Collaborazione: Donatella Ricceri
Costumi: Maria Castelvetri e Lucia Simonelli
Percussioni: Marco Muzzati
Si ringraziano Padre Marziano Rondina, Padre Domenico Vittorini e la comunità del Convento dei Padri Agostiniani per la preziosa collaborazione.
Tra gli atti
Musiche di Orlando di Lasso, Vincenzo Galilei, Vincenzo Ruffo, Virgiliano,
Gio. Tommaso Lambertini, Jacques Arcadelt/Diego Ortiz
Cappella Musicale di San Giacomo Maggiore
Flauto, Nozomi Shimizu, Liuto, Roberto Cascio
Atto primo
Timorosa, Cecilia confessa a Valeriano, suo promesso sposo, di aver consacrato a Cristo, a cui ha fatto dono di perpetua e casta verginità, il proprio corpo e la propria anima. Valeriano, confuso, incredulo, stupito, cerca di distogliere l’amata da questa pericolosa frenesia. Alle appassionate parole di Valeriano la giovane Cecilia , ferma quale antica e ben nodosa quercia, non solo difende con tenacia le sue convinzioni ma induce Valeriano ad incontrarsi con chi possa insegnargli la fede del tanto amato Cristo: Urbano. Uomo d’età matura e di nobile d’aspetto vive, bandito dall’Impero, tra le spelonche e le cavernose grotte, che si trovano fuori Roma il terzo d’un miglio. Valeriano, accondiscendendo più per amore che per convinzione, va alla ricerca del vecchio. Urbano vedendolo arrivare teme sia qualche sicario dell’Impero venuto a prenderlo per portarlo in una città non ancor sazia di sangue nè di tante membra sparse per la fede di Cristo. Tremebondo, Urbano risponde alle domande dello sconosciuto ma, appena questi fa voce che è mandato da una serva di Cristo di nome Cecilia, rinvigorisce e spiega al figliolo, con amore ed entusiasmo, i principi della fede. Un angelo di Dio, sotto le sembianze di un venerabile vecchio, porta dall’empireo cielo e porge a Valeriano, i sacri dogmi…incisi ..in puro e celeste oro.
Atto secondo
Cecilia attende con ansia il ritorno del suo amato. L’ Angelo, come giovane bello e leggiadro, appare alla sposa e le confida che il suo fedel consorte è divenuto grato al suo Signore. Sopraggiunge Valeriano ma, non già qual era prima. L’Angelo lo accoglie. Fa avvicinare a sè i due giovani e li incorona di profumate ghirlande di rose e gigli. A lui chiede ancora di esprimere un desiderio perché Dio vuole concedere un’altra grazia al nuovo servo di Cristo. Valeriano desidera che anche suo fratello Tiburzio sia illuminato e acceso dal divino raggio. Al commiato dell’Angelo, quanto richiesto è già avvenuto e mentre i giovani sposi ritornano, felici di essere di nuovo uniti in un unico destino, incontrano uno stordito Tiburzio. Un amorevole colloquio, dapprima giocoso e scherzoso si tramuta in una congiunta e appassionata lode a Dio, tanto che il giovane fratello, impressionato, chiede con fede il battesimo. Il fratello, felice, lo conduce da Urbano.
Atto terzo
Siamo nelle stanze del palazzo imperiale. Almacchio, il Prefetto e Massimo, suo Capitano, discutono con sprezzante ironia della stoltezza dei cristiani che condotti a patir strazi e morti, par che vadano a trionfi, alle nozze e ai conviti e che il loro unico scopo, quasi spreggiando il bello vivere di questo mondo, non sia altro che l’uscir di vita. Il Senato di Roma, riunitosi, decide di inasprire la caccia alla scellerata setta dei cristiani e di fare esemplari vendette dei loro oltraggi. Valeriano e Tiburzio, non sapendo di essere già sospettati e ricercati, di ritorno da Urbano vengono riconosciuti , catturati e condotti dal Prefetto. Almacchio ascolta con fastidio le parole che i due fratelli, per lui affascinati da qualche spirito scellerato, gli rivolgono. Di fronte alla loro pertinacia, dileggiando il potere di Cristo, sentenzia che ai due ribelli venga tagliato il capo e che i loro corpi rimangano insepolti.
Atto quarto
Pluto, il Demonio, l’Imperatore dei Regni Stigi, chiama a sé le Furie infernali, le sue fedeli ancelle: Megera, Tesifone e Aletho. Odia Cecilia, codarda e vile umana creatura colpevole non solo di essere uscita fuor dal suo gregge ma ancora di togliere altre anime alla sua servitù. Adirato da tale oltraggio, Pluto, ordina alle Furie che il cuore di Alessandro Imperatore sia riempito d’ira, d’odio e di furore verso tutti coloro che oseranno unirsi nella fede di Cristo. Cecilia, intanto, turbata, aspetta con ansia il ritorno degli amati fratelli ma, Teodora ed Eleuterio le daranno, commossi, la triste notizia. I corpi di Tiburzio e Valeriano, giacciono senza vita e insepolti. La sposa, affranta dal dolore e impietosita decide, nonostante le gravi pene che un editto imperiale dispone per chi dà sepoltura ai corpi dei cristiani, di seppellire quei santi e sacri corpi, degni d’ogni onore.
Atto quinto
E’ il momento della cattura e del processo a Cecilia. Accusata di aver tumulato i corpi dei due fratelli, viene condotta davanti ad un Imperatore invasato e preda del maleficio. Cecilia subisce gli assalti, le tentazioni e le crudeli e spaventose minacce che il maligno Pluto, per il mezzo di Alessandro, adopera. Almacchio, spietato e compiaciuto esecutore, escogiterà, (per un verdetto che già era stato emesso nelle cavità infernali), una crudelissima pena: Cecilia deve essere immersa nelle acque bollenti di un grande vaso. Ma, le acque infuocate si trasformano in un bagno soave e delicato. Almacchio ordina dunque che all’iniqua Maga venga tagliato il scellerato capo. I tre colpi inferti al collo non bastano ancora ad ucciderla. L’Angelo, veloce, appare ad Urbano e lo sollecita ad andare subito al capezzale della dolce Cecilia, prima che l’anima abbandoni il venerando corpo. Con la benedizione del Nunzio Celeste a Urbano e ai due fedeli servi, (che si affrettano verso Cecilia) si chiude l’opera. La morte di Cecilia nella Rappresentazione non c’è, c’è invece una morte che non si consuma, che non arriva, nonostante tutto, a decretare l’inevitabile fine della vita terrena; quasi un’ allegoria ad una vita superiore che, come dicono le ultime parole di Cecilia, mai finisce.